L’innovazione e l’Italia

L’innovazione, dicono i vocabolari, è l’intervento migliorativo o di radicale mutamento riguardante il sistema.
Quali sono dunque le innovazioni, che ci sono state in Italia?
Un’innovazione ad esempio, è quella apportata dalla SISAL dando a tutti la possibilità di pagare le bollette non solo alle poste, ma presso quasi ogni tabaccheria, e da qualche tempo, anche alle casse dei centri commerciali.

Questa è un’innovazione: l’utente ha un problema (la fila alle poste) e una società la risolve in modo disruptive (non aumentando gli sportelli delle poste, ma trasformando le ricevitorie Sisal in punti in cui pagare le bollette e non solo).

Ecco, questa forza “innovativa”, onestamente, in Italia, non ne vedo tanta.

Vedo un grande chiacchiericcio di fondo sui temi delle startup, venture capital, angels, e l’uso sovrabbondante di termini quali “ecosistema”, “exit”, seeding… un grande sottofondo musicale dell’autoincensarsi o, quando va meglio di scounting di vecchie, e meno vecchie, realtà imprenditoriali che cel’hanno fatta (a far cosa poi?).

L’articolo di Luca De Biase “È possibile rispondere all’arretratezza italiana nell’innovazione?” è, al proposito, molto interessante; così come lo è “La grande ricchezza sprecata. Solo l’ 1,3% del Pil va all’innovazione”  di Massimo Sideri.

Evidenziano come l’Italia abbia “virtualmente” tutte le carte in regola per fare dell’innovazione il proprio baluardo della crescita ma, al tempo stesso, ci siano molte ragioni per cui ciò non avviene.

Io credo che per far crescere bene un’impresa, essa si debba assicurare i migliori talenti sul mercato, perchè è attraverso il loro lavoro, la loro passione, la loro dedizione, che l’impresa può offrire ai propri clienti i migliori servizi e competere sul mercato. E tanto più il mercato è “competitivo” appunto, più è importante la “black-box” — quel valore intangibile dell’azienda composta da know-how, pratiche, prassi, relazioni, “chimiche e alchimie interne” dei gruppi all’azienda — che fanno la differenza tra un’azienda che vola e una che non decolla.

Ora poniamo che quella dell'”innovazione italiana” sia un’impresa. L’abbiamo affidata ai migliori talenti?

Spero che il 2016 sia un anno in cui partire, perché se davvero vogliamo andare incontro all’innovazione — con venti anni di ritardo rispetto ad altri Paesi — possiamo ancora farcela, ma dovremmo dare meno peso a chi chiacchiera e più sostegno a chi fa.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

You may use these HTML tags and attributes:

<a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>